Basilica di San Domenico Maggiore

Indirizzo: piazza San Domenico Maggiore, 8/A
Metro linea 1: stazione Dante-stazione Toledo-stazione Università
Orari di apertura al pubblico: lunedì-domenica, 9,00-18,30

Il complesso monumentale di San Domenico Maggiore è ubicato tra il decumano inferiore e il decumano maggiore ed è uno dei luoghi di culto più importanti del centro storico. Diverse le personalità che hanno avuto, nel tempo, legami col luogo: da san Tommaso d’Aquino, che qui visse e insegnò, ai filosofi Giovanni Pontano, Giordano Bruno, Tommaso Campanella che qui studiarono. Per non dire dei numerosi artisti tra pittori, scultori, architetti che hanno impreziosito con le loro opere la basilica: Tiziano, Caravaggio, Raffaello, Jusepe de Ribera, Tino da Camaino, Luca Giordano, Francesco Solimena, Luigi Vanvitelli Domenico Antonio e Lorenzo Vaccaro, Cosimo Fanzago, Mattia Preti, solo per citarne alcuni.La visita a questo grandioso complesso prevede un percorso museale – che comprende la sacrestia, le tombe dei re aragonesi, la sala degli arredi sacri con la collezione di abiti del XVI secolo, il Salvator Mundi (della scuola di Leonardo da Vinci) e la cella in cui visse il santo filosofo San Tommaso d’Aquino – e un percorso non museale in cui si possono visitare la chiesa, la Sala del Capitolo e i refettori.

La basilica sorge in parte sull’area dell’antica Chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, del secolo X circa.

La sua fondazione risale al 1283 ad opera di Carlo II d’Angiò, allora principe di Salerno e vicario del Regno, che la affidò ai frati predicatori domenicani. Questi volle ingrandire la chiesa, senza tuttavia distruggere l’antica, anzi incorporando la vecchia nella nuova. Quando, nel 1284 Carlo II fu catturato dagli Aragonesi nel golfo di Napoli, i lavori furono sospesi. Dopo la sua liberazione e il ritorno a Napoli nel 1289, divenuto re, il sovrano riprese i lavori di costruzione chiamandovi a lavorare i maestri francesi Pierre de Chaul e Pierre d’Angicourt.

Degli elementi trecenteschi sopravvissuti ai vari rifacimenti e agli eventi naturali susseguitisi nel tempo, i più pregevoli sono gli affreschi nella Cappella dei Brancaccio, detta anche “Cappella degli affreschi” e così chiamata proprio per i dipinti che ne decorano le pareti, testimonianza della pittura giottesca a Napoli, per mano del pittore romano Pietro Cavallini (1240-1330 circa): storie di San Giovanni Evangelista, episodi della Maddalena, Gesù in croce tra la Vergine, San Giovanni e Santi Domenicani.

Quando, nel 1442, salì al trono il re aragonese Alfonso I il Magnanimo, la basilica venne arricchita con l’apertura, alle spalle dell’abside, dell’attuale piazza San Domenico Maggiore, ricavata dall’abbattimento di alcune costruzioni. Difatti particolarità del monumento è il suo presentarsi alla vista, nella piazza, con l’abside e non con la facciata principale; l’ingresso è posto, invece, nel cortile del convento su vico San Domenico, anche se dalla piazza si può accedere alla basilica attraverso la grande scalinata in piperno voluta proprio dal re aragonese.

A seguito di terremoti e incendi verificatisi tra Quattro-Cinquecento, l’edificio fu sottoposto a vari restauri fino a quando, nel 1670, il priore del convento, Tommaso Ruffo dei duchi di Bagnara, ne curò il rifacimento e, cedendo al gusto del tempo, tentò di trasformarla da gotica in barocca. Da allora il complesso ha subito numerosi rimaneggiamenti, tra i quali quelli condotti nel 1850 da Federico Travaglini che ne alterarono non poco l’antico assetto. In tempi recenti, nel 1991 si è provveduto al recupero e restauro delle arche funerarie dei re aragonesi, conservate nella sacrestia.

Il complesso si sviluppa su tre piani: al piano terra si affacciano il chiostro delle statue e la sala in cui insegnava san Tommaso. Il primo piano ospita la biblioteca, due refettori, la Sala del Capitolo e la cella del frate aquinate. Ai piani superiori vi sono, invece, gli ambienti privati dei frati domenicani dove, tra i corridoi e le sale sono esposti antichi manoscritti, libri in pergamena cinquecenteschi, dipinti di Mattia Preti, Cesare Fracanzano, Francesco Solimena, Luca Giordano e altri maestri della scuola napoletana del Seicento.

La cella di San Tommaso, il Padre della Chiesa che qui visse e insegnò tra il 1272 e il 1274, presenta all’ingresso il busto del santo, opera di Matteo Bottiglieri ed è formata da due ambienti in cui si conservano arredi sacri, la scrivania e la sedia del santo, libri storici, il dipinto raffigurante San Tommaso d’Aquino di Francesco Solimena e il reliquiario contenente l’omero sinistro del santo. Sull’altare è l’originale dipinto duecentesco della Crocifissione tra la Vergine e San Giovanni che, secondo la tradizione parlò al frate quando questi, raccolto in preghiera, ebbe la visione di Cristo che gli rivolse le seguenti parole: “Hai parlato bene di me nei tuoi scritti, Tommaso, che ricompensa vuoi?”, domanda alla quale il frate, irradiato da un raggio di luce, rispose: “Nient’altro che te, o Signore”.

La basilica, dalla pianta a croce latina, è suddivisa in tre navate. Nella centrale si ammira il soffitto a cassettoni e dorature di gusto barocco che, nel 1670, andò a sostituire quello originario a capriate; al centro è lo stemma domenicano e agli angoli sono raffigurati le armi della casa d’Aragona, che fecero della basilica il loro Pantheon, e della corona di Spagna.

L’interno comprende in totale 27 cappelle, ognuna ricca di opere d’arte e antiche testimonianze, di cui, nelle navate laterali, 7 per lato. Dalla settima cappella a destra, quella dedicata a san Tommaso d’Aquino, una porta all’angolo della parete frontale, immette nella sacrestia e, da questa, alla Sala del Tesoro.

Ulteriori 8 cappelle, 4 per lato, sono ubicate nei transetti destro e sinistro. Il primo custodisce altari e sepolcri tre-cinquecenteschi. Da qui, e precisamente dalla seconda cappella frontale, si accede all’ex chiesa romanica di San Michele Arcangelo a Morfisa, poi, come detto, inglobata nella Basilica di San Domenico Maggiore, e che costituisce l’ingresso che dà sulla piazza attraverso la scalinata aragonese.

Degne di nota e di visita non sono solo la basilica e le innumerevoli opere d’arte che custodisce ma anche le sale che compongono l’intero complesso monumentale, come la sacrestia, la Sala del Tesoro e Sala degli Arredi Sacri, la Sala del Capitolo.

La sacrestia, la cui volta è impreziosita dall’affresco Trionfo della fede sull’eresia ad opera dei Domenicani, di Francesco Solimena, presenta un pregevole pavimento in marmo e arredi settecenteschi. Sull’altare, la pala dell’Annunciazione, opera di Fabrizio Santafede. Ma è il ballatoio ad attirare ancor più attenzione da parte del visitatore con i suoi 45 feretri con le spoglie imbalsamate dei maggiori rappresentanti della dinastia aragonese (1442-1503). Questa serie di sarcofagi, detti arche aragonesi, ricoperti da preziosi tessuti policromi e decorati da ornamenti pittorici e scultorei, contenenti appunto le spoglie dei nobili, è unica in Italia non solo per la storia che racconta anche per l’ottimo stato di conservazione dei corpi.

Nella Sala del Tesoro si custodiscono oltre le ricchezze della nobiltà napoletana e dei frati che, nel tempo, hanno soggiornato nel complesso, paramenti e oggetti sacri, conservati nei possenti armadi di noce, dipinti esternamente e internamente, costruiti tra sei-settecento proprio per contenere il prezioso patrimonio, anche gli abiti dei sovrani aragonesi e dei nobili napoletani rinvenuti nelle tombe che, come dicevamo, sono conservate nella sacrestia.

La collezione di abiti è costituita, tra gli altri, dall’abito giallo ocra di Isabella Sforza d’Aragona, un abito di Francesco Fernando d’Avalos, un abito avorio di don Pietro d’Aragona, un abito marrone di Fernando Francesco d’Avalos, un abito avorio di Maria d’Aragona, abiti di Antonello de Petrucci, Ferdinando Orsini, duca di Gravina, e Giovanna IV d’Aragona, il cuscino funebre in seta e argento di Ferdinando I di Napoli detto Ferrante I, quello di Ferdinando II di Napoli detto Ferrandino, il fodero e il pugnale di Ferdinando II di Napoli, l’abito di un bambino della famiglia aragonese, il soprabito di Don Giovanni d’Avalos, alcuni cappelli cardinalizi, abiti e calzature di bambini nobili morti soprattutto a causa delle epidemie di peste, tre corone di epoca ottocentesca, una in rame dorato, le altre in legno policromo e gli stemmi degli Aragonesi e della famiglia Carafa (XV-XVIII secolo).

Nella Sala degli Arredi Sacri si conserva un’opera di un allievo della scuola di Leonardo da Vinci, risalente alla prima metà del Cinquecento, raffigurante un Cristo benedicente e noto come Salvator Mundi, un piccolo ma prezioso dipinto proveniente dalla cappella della nobile famiglia dei Muscettola, il cui acquisto si deve probabilmente a Giovan Antonio Muscettola, consigliere di Carlo V. L’autore sembra sia un artista lombardo della scuola leonardesca che ne eseguì la realizzazione verso la fine del Cinquecento.

Degna di visita è anche la Sala del Capitolo, decorata dalla scena del Calvario sulla parete di fondo, quattro riquadri raffiguranti scene della Passione di Cristo e otto con i Misteri della Passione, oltre a dieci tondi con angioletti recanti i simboli del Martirio di Cristo, tutte opere di Michele Ragolia (1638-1686).